..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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lunedì 17 maggio 2021

150 anni fa … Riflessioni sulla Comune (parte 7)

 La violenza

 

Bertolt Brecht, nel dramma I giorni della Comune, fa chiaramente intendere che una delle principali cause della sconfitta è stata l'incapacità (prevalentemente ideologica). dei Comunardi di contrapporre al terrore della borghesia il terrore del proletariato. Egli mette in bocca a Varlin queste parole pronunciate al Consiglio della Comune: “Cittadini delegati, si dice che le donne dei soldati di Versailles piangano, ma le nostre non piangono. Volete abbandonarle impotenti nelle mani di un nemico che non ha mai indietreggiato davanti alla violenza? Qualche settimana fa si è detto: le operazioni militari non sono necessarie, Thiers non ha truppe, sarebbe la guerra civile sotto gli occhi del nemico. Ma la nostra borghesia non ha esitato a legarsi col nemico della nazione, per condurre contro di noi la guerra civile. Da questo nemico la borghesia ha ricevuto delle truppe: contadini della Vandea che erano caduti in prigionia, forze fresche, cui non è potuta arrivare la nostra parola. Nessun conflitto fra due borghesie potrà mai impedir loro di unirsi immediatamente contro il proletariato dell'una o dell'altra: Si è anche detto: niente terrore! Che diventerebbe altrimenti l'epoca nuova? Ma Versailles esercita il terrore e ordinerà un massacro generale, così che nessuna epoca nuova possa avere inizio. Se saremo sconfitti, sarà per la nostra indulgenza, che è sinonimo di ignoranza. Cittadini, vi scongiuro, impariamo finalmente dal nemico!

Si direbbe che mentre tanti Comunardi, che pur hanno dimostrato di sapersi battere eroicamente, sono rimasti vittime delle proprie ideologie utopistiche, cosicché, ancora sulla soglia del tragico finale, discutono sulla violenza, e c'è chi gridava: “è una bestemmia” al blanquista[2] Raoul Rigault che dichiarava: “esigo solo terrore contro terrore”, le donne della Comune, che da sempre conoscevano l'incommensurabile violenza del potere, ritenevano del tutto normale che solo col fucile si possa vivere liberi. Quanto avessero ragione, lo si è visto alla conclusione della tragedia, quando le truppe di Versailles son potute penetrare a Parigi, ed è incominciata la così detta Settimana sanguinante (cui Brecht fa assistere, da Versailles con i binocoli, la classe al potere, che esclama estatica: “quale sublime spettacolo!”).

sabato 15 maggio 2021

Il destino dell’energia

 

L'energia è una sorta di proiezione fantastica che alimenta tutti i sogni industriali e tecnici della modernità ed è essa inoltre a flettere la concezione dell'uomo nel senso di una dinamica della volontà. Sappiamo tuttavia, grazie all'analisi dei fenomeni di turbolenza, di caos e di catastrofe nella fisica più recente, che qualunque flusso, qualunque processo lineare, quando lo si accelera, assume una curvatura strana che è propria della catastrofe.

La catastrofe che ci attende non è quella di un esaurimento delle risorse. Di energia, in tutte le sue forme, ce ne sarà sempre di più, almeno entro una scadenza temporale al di là della quale non siamo più umanamente interessati. L'energia nucleare è inesauribile, l'energia solare, quella delle maree, dei grandi flussi naturali, quella stessa delle catastrofi naturali, dei sismi o dei vulcani, tutta è inesauribile (ci si può fidare dell'immaginazione tecnica).

La cosa drammatica, invece, è la dinamica dello squilibrio, l’impazzimento del sistema energetico stesso che può produrre una sregolazione micidiale a scadenza molto breve. Abbiamo già avuto alcuni esempi spettacolari delle conseguenze della liberazione dell'energia nucleare (Hiroshirna e Chernobyl), ma qualunque  reazione a catena, virale o radioattiva, è potenzialmente catastrofica.

Nulla ci protegge da un'epidemia totale, neppure le murate che circondano le centrali atomiche. Potrebbe anche essere che l'intero sistema di trasformazione del mondo da parte dell'energia sia entrato in una fase virale ed epidemica, corrispondente a ciò che in fondo l'energia per essenza: un dispendio, una caduta, un differenziale, una catastrofe in miniatura, che produce dapprima effetti positivi ma che poi, superata dal suo stesso movimento, prende le dimensioni di una catastrofe globale.

Si può considerare l'energia come una causa che produce degli effetti, ma anche come un effetto che si riproduce da sé e quindi cessa di obbedire a qualunque causalità. Il paradosso dell'energia consiste nel fatto di essere, al tempo stesso, una rivoluzione delle cause e una rivoluzione degli effetti, quasi indipendenti l'una rispetto all'altra, e diventa il luogo non solo di un concatenamento

delle cause, ma di un concatenamento degli effetti.

L'energia è una surfusione. L'intero sistema di trasformazione del mondo entra in surfusione. Da variabile materiale e produttiva l'energia diventa un processo vertiginoso che si alimenta da se stesso (il che d'altra parte è la ragione per cui non rischia di venir meno).

mercoledì 12 maggio 2021

150 anni fa … Riflessioni sulla Comune (parte 6)

 Gli uomini e i gruppi politici (2)

 

Un altro gruppo numeroso era rappresentato dai blanquisti i quali possedevano un'efficienza non facilmente riscontrabili in altri gruppi. Erano nella maggioranza socialisti per istinto rivoluzionario: così si comprende come nel campo economico furono da loro trascurate parecchie cose. Non si concepisce, ad esempio il sacro rispetto che li caratterizzò davanti alle porte della Banca di Francia. Essi comunque si preoccuparono esclusivamente dall'azione insurrezionale e dei metodi di lotta rivoluzionari; ponevano in primo piano la necessità della conquista del potere politico. Educati alla scuola della cospirazione, ritenevano che un numero relativamente piccolo di uomini decisi ed organizzati ferreamente potesse impadronirsi del potere e mantenerlo fino a quando non fosse riuscito a lanciare la massa del popolo nella rivoluzione, e una volta impadronitisi del potere, avrebbero instaurato un governo dittatoriale, necessario per stroncare ogni opposizione e, insieme, per attirare a sé le masse popolari. Erano, quindi, i fautori dell'accentramento più energico e dittatoriale. “Il comunismo non si realizza con i decreti (aveva scritto Blanqui) ma sulla base di decisioni prese volontariamente dalla nazione stessa, e queste decisioni possono avvenire solo sulla base di una larga diffusione dell'istruzione”. Tra i blanquisti parteciparono attivamente alla Comune: Casimir Bouis, Frédéric Cournet, Gaston Da Costa, Émile Eudes, Théophile Ferré, Gustave Flourens, Ernest Granger, Alphonse Humbert, Victor Jaclard, Eugène Protot, Raoul Rigault, Gustave Tridon, Édouard Vaillant. Per fortuna, malgrado fossero la maggioranza, non ebbero influenza nella Comune. Essi furono responsabili degli atti e delle azioni politiche, mentre dei decreti economici furono responsabili in prima linea gli anarchici, comprendendo sotto questo nome i bakuniani e i proudhoniani.

In Francia erano molto diffuse le teorie proudhoniane, secondo le quali occorreva conciliare lavoro e capitale. Ogni cittadino doveva essere un produttore di beni, “un uomo libero, un vero signore che agisce per propria iniziativa e sotto la sua personale responsabilità, sicuro di ricevere per il proprio prodotto e per i suoi servizi la giusta remunerazione”.

Una banca popolare avrebbe elargito credito a basso interesse ai produttori di merci il cui valore sarebbe stato determinato dal tempo di lavoro necessario a produrle. I prodotti sarebbero andati al mercato e i produttori avrebbero ricevuto un numero di buoni equivalenti alle ore lavorate, con i quali avrebbero potuto comperare merci e servizi a loro necessari. In questo modo ciascuno avrebbe ricevuto il giusto compenso per il proprio lavoro e avrebbe acquistato al giusto prezzo i prodotti altrui. Questo, chiamato da Proudhon mutualismo, è “un sistema d'equilibrio tra le forze libere, in cui a ogni forza sono assicurati eguali diritti, a condizione che adempia eguali doveri; e a ogni forza è data la possibilità di scambiare servizi con servizi corrispondenti”.

I proudhoniani erano nemici dello Stato e immaginavano la nazione organizzata in una federazione di città: “ogni gruppo etnico, ogni razza, ogni nazionalità ha il pieno dominio del proprio territorio; ogni città, fidandosi della garanzie dei vicini, ha il pieno dominio della zona che entra nel suo raggio d'azione. L'unità non è assicurata da leggi, ma soltanto dagli impegni che i diversi gruppi autonomi assumono reciprocamente». Ogni comune doveva essere sovrano: “il comune ha diritto all'autogoverno, all'amministrazione, alla riscossione dei tributi, alla disponibilità della sua proprietà e delle sue imposte. Ha il diritto di costruire scuole per la sua gioventù, di nominare gli insegnanti, di avere la sua polizia, i suoi gendarmi e la sua Guardia Nazionale; di designare i giudici, di avere giornali, di tenere assemblee, di possedere società private, imprese, banche”.

Tuttavia i seguaci di Proudhon non costituivano un folto gruppo, ma tra di essi ricordiamo: Augustin Avrial, Charles Beslay, François Jourde, Charles Longuet, Benoît Malon, Albert Theisz, Eugène Varlin, Auguste Vermorel.

Altri elementi di spicco della rivoluzione parigina furono l'ex garibaldino e anarchico Amilcare Cipriani, il pittore Gustave Courbet, gli anarchici André Léo, Gustave Lefrançais, Louise Michel ed Élisée Reclus.

Non bisogna dimenticare che la Comune coincide con la fase più acuta del conflitto Marx-Bakunin in seno alla 1ª Internazionale e che le sezioni francesi di quest’ultima erano nettamente orientate a favore del secondo il quale, sebbene non fosse presente, aveva a Parigi, tramite Varlin e i suoi amici, molta influenza, non nel senso che a Parigi si aspettavano sue direttive, ma che ci si ispirava a lui e al suo collettivismo nel prendere le più importanti iniziative economiche,

Certo è, comunque, il fatto che né Marx né Engels ebbero alcuna influenza sulla Comune. Engels scrisse in seguito a Sorge: “l’Internazionale non ha mosso un dito per favorire la Comune”. Varlin, è vero, era uno dei due segretari del comitato federale parigino dell’Internazionale, ma non fu in tale qualità che lavorò per la Comune. I verbali delle sedute del Consiglio Federale non contengono quasi accenno del movimento che poi sfociò nella Comune. Qualcuno dei membri influenti dell'Internazionale prese certo parte attiva all’instaurazione di essa, ma il Consiglio Generale di Londra, di cui faceva parte Marx, non mosse davvero un dito.

Bakunin non prese parte alla preparazione: dopo il fallimento dell’insurrezione a Lione. tutte le speranze da lui riposte nella Francia si erano affievolite. per non dire annullate: “non ho più alcuna fiducia nella rivoluzione in Francia, questo paese non è più per nulla rivoluzionario” disse. Ciò nonostante egli era ancora dell`avviso che solo “la rivoluzione sociale avrebbe potuto salvare il popolo francese”. Ma i suoi amici e seguaci questa volta non lo ascoltarono: se a Lione si era fallito. ciò era dovuto al fatto che non ci si era preparati a sufficienza: per questo i parigini non erano ancora insorti e stavano preparando la loro rivoluzione. La battaglia era imminente: essi mettevano ordine alle loro fila.

Il 18 Marzo il momento nazionalista era ormai completamente superato, il popolo parigino ormai aveva fatto una netta distinzione tra borghesia e classi sfruttate ed era giunto alla consapevolezza, non più istintiva, ma ideologica, della contrapposizione fra i propri interessi e quelli della classe dominante: lo dimostra il fatto che la Comune, in uno dei suoi primi proclami, dichiarò che le spese di guerra dovevano essere pagate da coloro che erano stati i veri autori di essa. Si era compreso come dietro lo «Stato» francese che combatteva contro lo Stato prussiano, non stessero tutti i francesi, ma solo la borghesia.

Ma come era avvenuta questa crescita di coscienza nelle masse? Era forse calata dall'alto? No: “I nostri amici socialisti di Parigi hanno pensato ch'essa (una rivoluzione sociale) non poteva essere fatta e condotta al suo completo sviluppo che mediante l'azione spontanea e continuata delle masse, dei gruppi e delle associazioni popolari” disse Bakunin. Erano convinti che l'azione delle masse doveva esser tutto: “tutto ciò che gli individui possono fare è di elaborare, di chiarire, e di propagare le idee corrispondenti all'istinto popolare e, di più, di contribuire coi loro sforzi incessanti all'organizzazione rivoluzionaria della potenza naturale delle masse. Ma nulla oltre a ciò; tutto il resto non può e non deve essere fatto che dal popolo stesso; altrimenti si arriverebbe alla dittatura politica, cioè alla ricostituzione dello stato, dei privilegi, delle ineguaglianze, di tutte le oppressioni dello stato, e per una via indiretta, ma logica, si arriverebbe alla restaurazione della schiavitù politica, sociale ed economica delle masse popolari (Bakunin)”.

Il tipo di maturazione che ebbe allora la classe operaia, la progressiva radicalizzazione della lotta e il coinvolgimento in essa di ceti piccolo borghesi, dimostra un altro aspetto estremamente interessante: soltanto nella lotta pratica e nello scoprire non più a livello ideologico, ma nella prassi, le contraddizioni del sistema borghese, che a una formale libertà associa sempre una reale repressione e sfruttamento della classe operaia, i proletari prendono coscienza totalmente della propria collocazione di classe. Solo dopo che la contraddizione esplode nella realtà, essa può sboccare completamente nella coscienza degli individui e si trasforma da ideologia e teoria rivoluzionaria in prassi sovvertitrice della società costituita.

domenica 9 maggio 2021

150 anni fa … Riflessioni sulla Comune (parte 5)

 Gli uomini e i gruppi politici (1)

 

Parigi si proclamò Commune, Comune, rivendicando quelle libertà municipali di cui aveva goduto intorno al XII secolo. I Comuni medievali, in Francia, non erano stati fiorenti come nella penisola italiana giacché la monarchia francese aveva subito imposto il suo centralismo burocratico, ma questo richiamo al lontano passato fu un modo di affermare il diritto dei parigini all'autogoverno. La Commune (arbitrariamente tradotta in italiano «La Comune» al femminile anziché al maschile, come vorrebbe la nostra lingua) fu un'entità storica piuttosto effimera, ma il suo nome è chiamato adesso ad interpretare la volontà di emancipazione di un proletariato che, a Parigi, si addensò più numeroso che in qualsiasi altra città di Francia e d'Europa. A Parigi arrivarono proletari da tutta Europa: ci furono polacchi, italiani, tedeschi, ungheresi pronti a incrociare il ferro in difesa della Comune, e ciò era dovuto alla credenza, ancora abbastanza diffusa nel 1871, secondo cui era sufficiente l'unione fraterna dei popoli per migliorare le sorti del proletariato che lavorava sedici ore al giorno nelle fabbriche malsane e viveva in condizioni penosissime.

A questa fiducia di molti «internazionalisti», Marx già contrapponeva la dura dialettica che andava svolgendo in seno all'Associazione Internazionale dei Lavoratori, ma era un sentimento romantico avvolto da un’ideologia libertaria a prevalere nell'animo dei volontari accorsi a Parigi da ogni parte d'Europa. Marx, comunque, si era illuso su un punto, aveva creduto che la solidarietà universale del proletariato avrebbe impedito a Bismarck di trasformare in guerra offensiva quella che, agli inizi, si presentava come una legittima difesa della Prussia dalle mire di Napoleone III. I soldati prussiani non si erano limitati a difendere il suolo patrio, ma avevano allegramente invaso il territorio francese per una guerra di. conquista: il virus nazionalista aveva avuto il sopravvento sui proclami dell'Internazionale.

Chi erano i gruppi politici e gli uomini che si preparavano all’insurrezione?

Innanzi tutto bisogna citare una delle più belle figure di operaio internazionalista, fucilato dai versagliesi dopo averlo orrendamente torturato: Eugène Varlin, anarchico d’ispirazione bakuniana che si dedicò completamente alla causa della classe operaia. Aveva amicizie anche tra gl'intellettuali giacobini, era, quindi, l'uomo adatto a stabilire il contatto politico tra questi e gli anarchici.

Appena seppe della proclamazione della repubblica, Varlin, che era a Bruxelles, si recò subito a Parigi e riprese la parte preponderante in seno al Consiglio Federale dell'Internazionale. Le sezioni parigine dell'Internazionale erano molto disorganizzate ed ancora deboli. Varlin capì, però, che non era il momento per cercare di riorganizzarle e rafforzarle, perché urgeva mirare dritto allo scopo: rovesciare il governo e preparare la rivoluzione. Un accordo con i giacobini era certo più importante. Non si è a conoscenza dei termini di questo accordo comunque da allora in poi anarchici e giacobini mantennero la loro alleanza sino alla fine della Comune.

Chi erano questi giacobini? “Ci sono giacobini avvocati e dottrinari come il signor Gambetta... vi sono poi giacobini sicuramente rivoluzionari: gli eroi e gli ultimi rappresentanti onesti della fede democratica del 1793, capaci di sacrificare la loro unità e la loro autorità tanto amate, alla necessità della rivoluzione... Questi giacobini magnanimi vogliono il trionfo della rivoluzione innanzi tutto. Ma siccome non c’é rivoluzione senza masse popolari, e siccome in queste è oggi sicuramente sviluppato l'istinto socialista, i giacobini non possono più fare altra rivoluzione che non sia economica e sociale; e così giacobini di buonafede, lasciandosi vieppiù trascinare dalla logica del movimento rivoluzionario, finirono per diventare socialisti loro malgrado (Bakunin)”.

Repubblicani radicali, malgrado la loro buona volontà e la loro fede, non ebbero il tempo, nell’incalzare degli avvenimenti, di sopprimere e superare una serie di pregiudizi borghesi contro il socialismo, cosicché la loro azione ne risultò come frenata, inibita, anche se poi vennero trascinati dagli avvenimenti e finirono per avvallare ciò che il popolo credeva opportuno fare. I loro obbiettivi politici erano le libertà democratiche, come la laicità della scuola e la libertà di stampa. La loro base sociale risiedeva nell'intellettualità della piccola borghesia e il loro modello di riferimento era la Repubblica giacobina espressa dalla Grande Rivoluzione, che del resto esercitava ancora un certo fascino anche negli altri gruppi rivoluzionari. Non a caso i blanquisti Humbert, Vermersch e Vuillaume fondarono il quotidiano Le Père Duchêne, richiamandosi all'omonimo giornale di Hébert e il proudhoniano Vermorel pubblicò i discorsi di Danton, di Marat, di Robespierre e di Vergniaud. Figure rilevanti di neo-giacobini furono Louis Charles Delescluze, Charles Ferdinand Gambon, Jules Miot e Félix Pyat.

giovedì 6 maggio 2021

150 anni fa … Riflessioni sulla Comune (parte 4)

 Gli errori

 

Si era sviluppata una situazione ideale che nessun governo rivoluzionario si era mai sognato di immaginare prima: un esercito a disposizione il cui numero varia, secondo diverse fonti, dai 60.000 ai 200.000 uomini, senza contare l’apporto dato da tutti i cittadini compresi i giovani e, soprattutto, le donne; un apparato di difesa eccezionale costituito da ben sei forti che gli stessi prussiani non avevano potuto espugnare. Se a questo si aggiunge l’esistenza di una zona neutra (quella occupata dai prussiani) attraverso la quale i rifornimenti potevano entrare regolarmente a Parigi senza essere molestati, il possesso dell’immenso tesoro della Banca di Francia valutato a circa tre miliardi di franchi, il generale entusiasmo di tutti, in quanto tutti si rendevano conto dell'eccezionalità dell'esperimento e del fatto che per la prima volta non si lavorava e non si moriva per un re o per un Bonaparte ma per se stessi, per una comunità, si potrà avere un quadro esatto della situazione rivoluzionaria della Comune.

Eppure con tutte queste condizioni favorevoli il risultato non fu positivo, e questo perché la Comune commise degli errori che favorirono la reazione governativa, come la mancata opposizione alle truppe in ritirata, una responsabilità che grava su Charles Lullier, il nuovo comandante della Guardia nominato dal Comitato Centrale.

L'errore più grave fu probabilmente quello di non attaccare immediatamente Versailles, come affermó lo stesso generale Vinoy, scrivendo di “errore gravissimo e irreparabile”, perché il Comitato Centrale non utilizzò “tutti i vantaggi inaspettatamente conseguiti. In quel momento tutte le probabilità erano dalla sua parte. Esso avrebbe dovuto tentare l'attacco il giorno seguente”.

In effetti, gli uomini del Comitato Centrale non avevano nessun piano militare perché essi stessi erano rimasti sorpresi dall'insurrezione spontanea della popolazione: “essi non l'avevano prevista e non avevano fatto nulla per organizzarla. Solo la disgregazione dell'esercito eccitò la loro audacia (sempre parole di Vinoy)”. Anche per Marx, un errore fondamentale fu quello di perdere tempo nell'eleggere legalmente la Comune, invece di marciare subito su Versailles. Ciò avrebbe permesso di far retrocedere almeno il fronte della battaglia in modo da creare uno spazio vitale intorno a Parigi, necessario non solo per il vettovagliamento, ma indispensabile perché così sarebbero state possibili le comunicazioni con il resto della Francia. I tentativi rivoluzionari che vi furono in altre città (Marsiglia, St. Etienne, Narbonne, Bordeaux, Montepellier, Tolosa, Grenoble ecc.) avrebbero potuto essere meglio organizzati e coordinati tra loro, oltre al fatto che avrebbero potuto trarre beneficio dalla conoscenza della verità su ciò che accadeva a Parigi. Invece intorno ad essa fu fatto un cordone sanitario e le fu impedita ogni comunicazione, mentre i veri rivoluzionari non sapevano niente di ciò che effettivamente accadeva, se non le calunnie dei giornali borghesi.

Un altro errore fu quello di non aver voluto impadronirsi delle riserve auree e monetarie della banca di Francia. “Il governo, fuggendo a Versailles, aveva lasciato le casse vuote, narra Louise Michel, gli ammalati negli ospedali, il servizio di ambulanza e funerario erano senza risorse; gli uffici in disordine. Varlin e Jourde ottennero 4 milioni dalla Banca, ma le chiavi erano a Versailles, e non vollero forzare le casseforti; chiesero allora a Rothschild un credito di un milione che fu versato alla Banca”. Cosa spinse il finanziere francese Rothschild a concedere tale finanziamento? Probabilmente questa decisione fu influenzata in maniera determinante dalla pressione esercitata dalla borghesia francese cui premeva innanzi tutto che le riserve della Banca non fossero lese. La semplice concessione del prestito da parte del Rothschild avrebbe consentito ai Comunardi di continuare la resistenza senza ricorrere alle riserve della Banca, sino a quando non fossero state a disposizione le forze militari sufficienti a batterli definitivamente. Non è da escludere che lo stesso Bismarck, così come aveva aiutato Thiers restituendo i prigionieri di Metz e Sedan allo scopo di ricostituire l’esercito per combattere contro Parigi, facesse pressione su Rothschild perché concedesse il prestito in nome della solidarietà borghese.

Eppure l'impadronirsi delle riserve della Banca avrebbe potuto aiutare molto nella lotta contro la borghesia: solo in questo caso essa avrebbe premuto su Versailles perché si concludesse la pace. In definitiva, il controllo della Banca di Francia avrebbe dato loro una forza di contrattazione ben più grande di quella che poteva dare la sola forza militare. Avrebbe anche significato avere i mezzi finanziari per alimentare la rivoluzione non solo a Parigi, ma anche nel resto della Francia.

Siffatto errore si può spiegare solo per il perdurare di certi pregiudizi borghesi in alcuni settori dello schieramento rivoluzionario, come i giacobini e i blanquisti che da poco tempo avevano radicalizzato le proprie posizioni, e anche per il fatto che i Comunardi peccarono di ingenuità politica, data la loro inesperienza, essendo i protagonisti del primo tentativo rivoluzionario del proletario.

I Comunardi non hanno saputo espropriare i ladri. Essi che hanno abolito polizia ed esercito; essi che hanno abbattuto la colonna di place Vendôme, simbolo di oppressione, perché fusa col bronzo di 1200 cannoni conquistati dal primo Napoleone; essi che hanno sanzionato che soli sacrifici leciti sono quelli che le masse sanno imporre ai signori; essi, ancora incrostati d'ideologia, si sono fermati sulla soglia del Tempio Bancario. Fosse dipeso dalle donne (che dovevano, oltre tutto, far da mangiare per i rispettivi figli e mariti), è probabile che un così tragico errore non sarebbe stato commesso.

Ma anche se non hanno saputo espropriare il nemico, travolgerlo col terrore prima di cader vittime del suo terrore, i Comunardi hanno dato veramente l'assalto al cielo; e non per un ideale, ma per estirpare il vecchio (il capitalismo) perché finalmente sorgesse il nuovo (il libertarismo); per porre fine, in altri termini, allo sfruttamento (e conseguentemente alla repressione, alla guerra, alla devastazione dell'uomo e della natura), e dare inizio alla storia umana, una storia di liberi e di uguali, per i quali le risorse sono di tutti (non solo uomini, ma anche piante e animali, tutti indispensabili alla continuazione della vita sulla Terra).

Solo chi mira alla perpetuazione del dominio dell'uomo sull’uomo, imbalsama il passato, per farne il proprio feticcio di legittimazione.

Altra incertezza che ebbero i Comunardi fu di non sequestrare le industrie capitalistiche, sebbene alla fine gli operai finirono per impadronirsi di quelle aziende che erano state abbandonate dai proprietari fuggiaschi.

lunedì 3 maggio 2021

Canzone del maggio di Fabrizio De André

Anche se il nostro maggio

ha fatto a meno del vostro coraggio

se la paura di guardare

vi ha fatto chinare il mento

se il fuoco ha risparmiato

le vostre Millecento

anche se voi vi credete assolti

siete lo stesso coinvolti.

 E se vi siete detti

non sta succedendo niente,

le fabbriche riapriranno,

arresteranno qualche studente

convinti che fosse un gioco

a cui avremmo giocato poco

provate pure a credevi assolti

siete lo stesso coinvolti.

 Anche se avete chiuso

le vostre porte sul nostro muso

la notte che le pantere

ci mordevano il sedere

lasciamoci in buonafede

massacrare sui marciapiedi

anche se ora ve ne fregate,

voi quella notte voi c'eravate.

 E se nei vostri quartieri

tutto è rimasto come ieri,

senza le barricate

senza feriti, senza granate,

se avete preso per buone

le "verità" della televisione

anche se allora vi siete assolti

siete lo stesso coinvolti.

 E se credente ora

che tutto sia come prima

perché avete votato ancora

la sicurezza, la disciplina,

convinti di allontanare

la paura di cambiare

 verremo ancora alle vostre porte

e grideremo ancora più forte

per quanto voi vi crediate assolti

siete per sempre coinvolti,

per quanto voi vi crediate assolti

siete per sempre coinvolti.

  

Il poeta dell’anarchia, Fabrizio Cristiano De André (1940-1999) è un cantore dell’anarchia, uno dei maggiori poeti del ‘900. Tutto è nato quando frequentava il liceo, 1956. Il padre gli porta dalla Francia un disco (78 giri) di Georges Brassens, cantautore anarchico, ed è subito amore per il pensiero libertario che si porterà addosso tutta la vita. Le letture che seguono sono Malatesta, Kropotkin, Stirner.

Gli amici sono Paolo Villaggio, Luigi Tenco, Gino Paoli, l’ansia per una giustizia sociale calpestata lo porterà spesso a scontrarsi con i pregiudizi politici e conformisti del suo tempo. Nell’opera tutta di De André si scorge la sensibilità del dolore e, nel contempo, la coscienza del piacere di essere un viandante del tempo. Un uomo alla “rovescia” che fa della sua anarchia il principio di tutte le disobbedienze dell’anima bella.

domenica 2 maggio 2021

150 anni fa … Riflessioni sulla Comune (parte 3)

 Gli ideali

 

Vediamo intanto a quali teorie, a quali ideali s’ispirano gli uomini del Comitato Centrale e dei tanti gruppi che balzarono alla ribalta della Comune. Benché Marx abbia già teorizzato la lotta di classe, la sua influenza diretta sul proletariato era molto scarsa e si manifestava soprattutto nei circoli dell'Internazionale operaia, la cui sezione parigina era però dominata dai seguaci del pensiero di Auguste Blanqui e di Joseph Proudhon. I blanquisti costituivano la fazione più compatta e risoluta. Esigevano l'abolizione della proprietà privata, avevano spiccatissimo il gusto della cospirazione e dell'avventura, e già nell'agosto 1870, poco dopo l'inizio della guerra franco-prussiana, tentarono senza successo di occupare alcune piazzeforti di Parigi. Non ritenevano necessario indottrinare le masse e pensavano che bastava una minoranza decisa, spavalda, per fare piazza pulita dell'ordinamento borghese.

I proudhoniani, durante l'Impero, avevano badato soprattutto ad organizzare casse di mutuo soccorso e a migliorare le condizioni dei lavoratori, uno dei cardini del loro programma era il decentramento amministrativo, il federalismo. A differenza dei blanquisti, che erano in fondo una società segreta di carbonari rossi, i proudhoniani agivano allo scoperto e reclutavano moltissimi seguaci fra gli artigiani e la piccola borghesia.

Bakunin sottolineò l'unità d'intenti socialisti mostrata dai delegati del Consiglio e il loro progetto di riorganizzare l'assetto istituzionale in senso federalista, che l'altro anarchico James Guillaume considerava la principale caratteristica della rivoluzione parigina: “Non c'è più uno Stato, non c'è più un potere centrale superiore ai gruppi che impongano la loro autorità; c'è solo la forza collettiva risultante dalla federazione” e poiché non esiste più lo Stato centralizzato e “i comuni godono della pienezza della loro indipendenza, c'è la vera anarchia”.

La Comune riservò sin dal suo principio grande importanza all'individualità: libertà d'espressione, di coscienza, di lavoro e d'intervento nelle decisioni comunali.

L'aspetto caratterizzante di quest'esperienza fu il localismo, la rivolta contro il potere centralizzato e la distruzione dello Stato politico quale centro di controllo autoritario. La Comune non fu uno Stato quindi, bensì la sua negazione, e perciò essa doveva anche, dinanzi alle esigenze militari, conservare il suo carattere democratico e seguitare a basarsi sulle piccole comunità locali di cui Parigi era composta.

Gli anarchici essendo essenzialmente federalisti volevano un sistema in cui il potere, per quanto ne sarebbe rimasto, fosse attribuito a gruppi locali, mentre ogni organismo operante su un campo più vasto non doveva avere che funzioni delegate.

Concludendo si può certamente dire che la Comune di Parigi non fu un'esperienza prettamente anarchica (per l'improvvisazione con cui si costituì, per le diverse anime che furono presenti ecc.) ma, indubbiamente, ne assunse alcune caratteristiche che le diedero, con tutte le critiche possibili, un carattere libertario.

sabato 1 maggio 2021

1° Maggio internazionalista: lotta e solidarietà non entrano in quarantena

1° Maggio 2021. Dal locale al globale, dal particolare al generale: per sovvertire il sistema dello sfruttamento degli esseri viventi e dell'ambiente.

Gli interessi della classe dei lavoratori sono incompatibili con quelli dei padroni, così come gli equilibri ecologici dei pianeta sono incompatibili con quelli dei sistema capitalistico.

Lo sfruttamento degli esseri umani ad opera di caste potenti e ricche costituisce la triste storia infinita dell'umanità; lo sfruttamento indiscriminato delle risorse dei pianeta è oggi la più grave minaccia alla sopravvivenza della vita sulla Terra. La marcia inesorabile verso la distruzione delle foreste e degli ambienti naturali continuerà a produrre virus sempre più letali.

Questa premessa per dire essenzialmente due cose: la prima, che questo sistema è il principale nemico dell'umanità, produce solo diseguaglianze e miseria, guerre e devastazioni al solo scopo di fare moltiplicare le ricchezze ed il potere di pochi. La seconda: che non è più possibile pensarsi come entità astratte dal contesto generale, che è assolutamente insufficiente e pericoloso affrontare solo ed esclusivamente ogni tipo di problema (il lavoro, il salario, la salute, l'inquinamento, l'istruzione, la militarizzazione, ecc.) senza cercare i collegamenti con la realtà generale, senza provare a unificare ogni spicchio di condizione in una vertenza globale contro il capitalismo e le sue leggi.

Il Primo Maggio è nato scomunicato, sovversivo, internazionale, perché muoveva dalla consapevolezza che un'offesa fatta ad una persona o ad una classe in un qualsiasi paese del Mondo rappresentasse un'offesa fatta a tutti; ed anche una conquista ottenuta in un solo paese non potesse essere liberamente goduta e mantenuta finché in un qualsiasi altro angolo della Terra la stessa conquista, gli stessi diritti, venissero negati.

Oggi è necessario riprendere lo spirito internazionalista dei Primo Maggio ed il suo carattere sovvertitore del sistema più brutale che l'umanità avesse mai conosciuto, quello statale e capitalistico, per cercare di bloccare la corsa senza freni alla distruzione della vita sul pianeta Terra. Questo vuol dire abbattere il veleno patriottico che divide gli sfruttati; combattere il germe velenoso dei razzismo che fa deragliare il giusto bisogno di emancipazione sul binario morto della divisione e della contrapposizione tra individui e popoli; avversare ogni politica di militarismo e guerra, che sottrae risorse al benessere collettivo, provoca solo disastri e morte, e arricchisce le lobby dell'industria e dei commercio bellico, le multinazionali e gli imperialismi predatrici di risorse.

Questo non vuol dire trascurare o sottovalutare l'impegno quotidiano per migliorare le proprie condizioni di vita e di lavoro, che anzi va incrementato con vero senso di autonomia dai venditori di fumo, dai burocrati di ogni colore e dai presunti salvatori della patria. Ma la lotta quotidiana per ottenere un lavoro dignitoso, per una sanità accessibile a tutti, per salvaguardare i diritti acquisiti e conquistarne altri; per migliorare la qualità della vita e dell'ambiente in cui viviamo deve svolgersi con uno spirito di apertura ai grandi problemi strutturali dei sistema da cui derivano tutte le questioni specifiche, categoriali, locali, collettive o individuali che siano. Uno spirito che ci deve indurre a sentirci parte di un tutt'uno, cioè solidali con tutti gli esseri umani vittime dei sistema capitalistico: nel nostro quartiere, nel nostro posto di lavoro, nella nostra nazione e nel Mondo intero.

Solo questo è oggi il modo per sovvertire l'esistente e provare e instaurare una società migliore fatta di persone eguali e libere, che si autogovernano affratellate fra loro in un sistema non gerarchico né statale ma federato dei basso, unite nella ricerca della libertà e del benessere per tutti, nessuno escluso.