..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione
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sabato 28 aprile 2018
venerdì 27 aprile 2018
giovedì 26 aprile 2018
Sull'anarchismo
Uno scrittore
francese, simpatizzante anarchico, scriveva nell'ultimo decennio del secolo
scorso che "l'anarchia ha le spalle larghe; come la carta, sopporta
qualunque cosa" – ivi compresi, egli notava, coloro le cui azioni sono di
tal fatta che "un nemico mortale dell'anarchia non avrebbe potuto agire
meglio". Sono molti gli stili di pensiero e d'azione che sono stati
qualificati come "anarchico". Sarebbe vano tentare di unificare tutte
queste tendenze contrastanti in una qualche ideologia o teoria generale. E
quand'anche si tenti di rintracciare nella storia del pensiero libertario una
tradizione vivente in evoluzione, come fa Guérin nel suo L'anarchisme, rimane
difficile formularne le dottrine come una ben determinata teoria della società
e del mutamento sociale. Lo storico anarchico Rudolf Rocker, che traccia un
profilo sistematico dello sviluppo del pensiero anarchico in direzione
dell'anarcosindacalismo, secondo un'impostazione molto prossima a quella del
lavoro di Guérin, puntualizza esattamente la questione quando scrive che
l'anarchismo non costituisce "un sistema sociale definito e in sé
concluso, quanto piuttosto una ben determinata tendenza nello sviluppo storico
dell'umanità che, in contrasto con la tutela intellettuale imposta da tutte le
istituzioni clericali e governative, lotta per il libero e incondizionato
dispiegamento delle forze individuali e sociali della vita. La libertà stessa è
soltanto un concetto relativo, e non assoluto, poiché tende costantemente ad
espandersi e a coinvolgere sfere sempre più ampie in una crescente varietà di
modi. Per l'anarchico, la libertà non è un astratto concetto filosofico, ma la
concreta possibilità vitale per ogni essere umano di sviluppare appieno tutte
le potenzialità, le facoltà, le doti che la natura gli ha donato, volgendole a
vantaggio della società. Minore è il peso della tutela ecclesiastica e politica
in questo naturale sviluppo, e tanto più ricca e armonica diverrà la personalità
umana, tanto più decisamente essa diverrà la misura della cultura intellettuale
della società in cui è cresciuta."
lunedì 23 aprile 2018
Sulla libertà
La voglia di un
futuro migliore ha urlato al mondo da sempre, pur se con formule diverse,
l'umanità dell'uomo e la sua aspirazione alla libertà. Il tema della libertà è
stato intrinsecamente nutrito da tutte le riflessioni che la sensibilità per la
fraternità e la passione per l'uguaglianza fanno scaturire.
Affinché questo
slancio vitale non si risolva un una vuota parola consegnata al potere perchè
ne faccia quello che vuole, bisogna dunque difendere la libertà da ogni
ideologia che pretenda di rappresentarla o, peggio, realizzarla, imponendola al
mondo.
Non ci
stancheremo di ripetere che una volta stabiliti i valori essenziali condivisi
da tutti, una democrazia soggettiva necessita una garanzia ferrea dei diritti
delle minoranze e degli individui singoli, altrimenti essa scade al rango di
superstizione e di alibi per una totalitarismo spettacolare che non manca
naturalmente mai di gargarizzarsi di giustizia e libertà.
Nessuna idea
deve potersi imporsi. Solo la libera molteplicità delle prospettive garantisce
l'autenticità e la vitalità di ogni singolo progetto.
Ostile di fronte
a qualsiasi negazionismo, ma libertaria per natura, la democrazia soggettiva
sollecita l'affermazione armonica dell'identità e delle differenze.
Una vera
democrazia deve prevedere spazi di esplorazione e di deriva per tutte le
avventure sociali che siano proposte, preservando al contempo se stessa da ogni
ingiunzione. Essa deve contemporaneamente proteggersi e superarsi per restare
se stessa. Questa sua difficoltà è anche la sua prodezza e la sua unica
superiorità effettiva su tutti gli altri modi di governo. Essa può esistere
solo come governo di tutti e di ciascuno.
giovedì 19 aprile 2018
20 aprile 1960: la rivolta di Livorno contro i paracadutisti
A Livorno tra il
19 e il 22 Aprile del 1960 si verificano gravi scontri tra la popolazione e i
paracadutisti di stanza in città, vissuti come una presenza intrusa e di
troppo.
Episodi simili
si erano verificati già nel 1919 contro le truppe francesi e il ricordo di tali
eventi e della forza con cui poteva esprimersi la rabbia popolare continuava a
vivere attraverso i racconti.
La scintilla si
accende nel pomeriggio del 18 Aprile, quando un paracadutista si lascia andare
ad apprezzamenti nei confronti di una ragazza che sta passando in compagnia del
fidanzato: ne nasce una rissa, al termine della quale i paracadutisti gridano
con fare minaccioso "Ci vedremo domani: tornate se avete del
coraggio".
I giovani
livornesi colgono la sfida e il giorno dopo si presentano in un centinaio;
nonostante l'intervento della celere, il centro della città è teatro di una
lunga battaglia.
Il giorno
successivo, il 20 Aprile, le persone radunatesi in piazza per ribadire la
propria ostilità nei confronti della presenza dei paracadutisti sono ormai
diventate un migliaio.
Gli ospiti
sgraditi sono trattenuti tutti in caserma su ordine della Questura, che teme il
ripetersi di nuovi incidenti, ma un paracadutista, appena rientrato in città e
ignaro di tutto, passa davanti alla folla e viene riconosciuto ed inseguito.
Un agente dei
carabinieri lo fa salire velocemente sulla volante ma la popolazione accorre ad
impedire che l'auto possa allontanarsi: di qui scoppiano violenti scontri tra
polizia e manifestanti.
A fine giornata
si contano 7 feriti tra la polizia e 55 fermati tra i livornesi.
La rivolta
popolare prosegue nei giorni successivi, intensificandosi sempre più: il 22
Aprile i feriti sono ormai 37, 78 gli arrestati e quasi 200 i denunciati; tra
questi, anche il sindaco, alcuni consiglieri comunali ed esponenti del PCI.
Ma già a
distanza di pochi giorni molti di questi ultimi prendono le distanze dagli
scontri e Nicola Badaloni, sindaco di Livorno, afferma che: "In questo
clima di profondo attaccamento a tutti i corpi dell'esercito, gridiamo viva
Livorno, viva l'esercito, viva l'Italia!"
Mentre il mondo
istituzionale si affretta quindi a cercare mediazioni e a ridimensionare gli
eventi dei giorni precedenti, la popolazione ribadisce invece la propria
opposizione tanto ai paracadutisti quando alle forze dell'ordine che si sono
schierate in loro difesa, poiché visti entrambi come ospiti sgraditi ed
emanazione della forza repressiva dello Stato.
martedì 17 aprile 2018
La consapevolezza individuale
La procedura per
la costruzione di una società giusta e pacifica passa attraverso una
consapevolezza individuale che dovrebbe ormai essere storicizzata da un pezzo:
i governi, gli Stati e la Chiesa sono organismi distruttivi e sovrastrutturali.
A partire da questo dato, che già oltre 200 anni fa si attestava come una
certezza inconfutabile (poi dichiarata apertamente anche alla Prima
Internazionale), è doveroso considerare la prospettiva di un cambiamento reale
a partire dalle nostre coscienze e quelle dei nostri figli.
Se l'esperienza
storica ci insegna che prima della nascita degli Stati le società non
conoscevano guerre e ingiustizie sociali, è proprio quella dimensione a-statale
che bisogna riconsiderare, oggi più di ieri. D'altra parte, già nel XIX secolo
gli intellettuali avevano lanciato l'allarme, prefigurando ciò che sarebbe
successo. Ed è successo. Ci siamo dentro, e non ne usciremo se non nel modo
indicato proprio da quei grandi pensatori, filosofi, politci, antropologi... (John
Ruskin, Pierre-Joseph Proudhon, Lev Tolstoj, Giovanni Pascoli, Michael Bakunin,
Pëtr Kropotkin, Emile Gravelle, e mille altri). L'antropologia culturale, da
par suo, ma anche gli studi di Erich Fromm, hanno contribuito a far capire che la
natura umana è cooperativa -non già malvagia- e che questo istinto alla
cooperazione è visibile in tutte quelle società in cui manca uno Stato o un
ordinamento a carattere gerarchico. Va da sé che una struttura gerarchica,
com'è invece quella statale, non può far altro che produrre ingiustizie,
privilegi di casta, sudditanze e crimini. Perciò gli intellettuali insistono su
questo aspetto, sottolineando che la vera utopia sia credere ancora che la
sostituzione dello Stato con un altro Stato (o un governo con un altro) diventi
la soluzione. Non è mai avvenuto. Anche la Storia, ormai, denuncia questa
enorme illusione.
Il fatto che la
centralità dell'individuo sia l'individuo stesso nella sua singolarità e
autonomia è un fatto ormai acclarato anche dalla pedagogia più evoluta. La
scienza dell'educazione e della formazione non lascia dubbi su chi debba essere
un individuo e su cosa non debba mai diventare. E questa pedagogia affonda le
sue radici proprio nelle teorie e nelle pratiche anarchiche.
L'anarchia
diventa allora motivo di rilancio di un modello sociale equo, giusto, pacifico,
dove ogni individuo è naturalmente proiettato verso il benessere di se stesso e
degli altri, per logica conseguenza, per naturale inclinazione e ordinamento.
E' evidente che il modello anarchico, con tutte le sue dinamiche e regole, con
tutte le sue particolarità e ricchezze metodologiche, non potrà essere compreso
facilmente da coloro che hanno fatto delle sovrastrutture propagandistiche di
Stato un credo. Se la costruzione di una società a-statale deve passare
attraverso l'eliminazione dei pregiudizi e delle sovrastrutture (distruttive,
ma alle quali alcune persone sono davvero molto affezionate), cioè dalla
considerazione profonda e sincera di quanto detto e fatto dai grandi pensatori,
siamo sempre in tempo per conoscere, senza mai abbandonare l'obiettivo finale
che, come già dimostrato ampiamente, è sbagliato definire 'utopia': costruire
una nuova umanità dove i nostri figli non conosceranno più ingiustizie.
sabato 14 aprile 2018
Tutti gli uomini sono in catene – Dialettiche della liberazione
Nel luglio del
1967 si svolse a Londra un congresso che – sotto il titolo di Dialettiche
della liberazione – vide sfilare sul palco degli oratori gli intellettuali
destinati a diventare i simboli della protesta radicale della fine degli anni
sessanta: da Marcuse a Goldmann, da Sweezy a Carmichael, da Bateson a Hàiek.
Dal congresso
riporto qui un brano del manifesto programmatico, poi divenuto piuttosto noto.
Tutti gli uomini
sono in catene. Vi è la schiavitù della povertà e della fame; la schiavitù
della sete di potere, della spinta al prestigio sociale, al possesso. Oggi, un
regno di terrore viene perpetrato e perpetuato su vasta scala. Nelle società
opulente esso è mascherato: qui i fanciulli vengono condizionati da una
violenza chiamata amore ad assumere la loro posizione come eredi dei frutti
della terra. Ma in questo processo i giovani sono ridotti a poco più che punti
ipotetici in un sistema la cui disumanizzazione è totalmente coordinata. Per il
resto, il terrore non è mascherato. Esso si chiama tortura, freddo, fame,
morte. Il mondo intero è ora una unità irriducibile. Le proprietà del sistema
mondiale globale ci forzano a sottometterci, come a fatalità, al Vietnam, alla
fame del Terzo mondo e così via. In un contesto globale, la cultura è contro di
noi, l’educazione ci rende schiavi, la tecnologia ci uccide. E’ nostro dovere
contrapporci a tutto ciò. Dobbiamo distruggere le illusioni che abbiamo
acquistato su ciò che siamo, dove siamo. Dobbiamo combattere la nostra pretesa
ignoranza su ciò che accade [...].
Quaderni Piacentini, n. 32, 1967
martedì 10 aprile 2018
I media e il «rischio incidenti»
Quando il popolo
sfruttato scende in strada a protestare, la polizia, i fascisti rossi e neri, i
servizi segreti e i media (in una parola, lo Stato) sono pronti ad attuare il
loro piano: criminalizzare la protesta fabbricandone i motivi. Il lavoro più
infame e subdolo lo fanno i media, soprattutto la tv, nascondendo le cause
della protesta, e facendo di questa soltanto una questione di «ordine pubblico».
Perché? Non solo per difendere la violenza dello Stato restituendone l'immagine
falsa, fantasiosa e utopica di «buon padre», ma per dare a tutti i governi la
facoltà di stringere le maglie della repressione con nuove norme autoritarie, e
di far accettare al popolo tali norme e le repressioni con la formuletta «rischio
incidenti». Allora è bene sapere che dietro la formula «rischio incidenti» ci
sono in verità le umane ragioni di un popolo incazzato e oppresso dallo Stato.
Il resto è polvere negli occhi.
Liberatevi dal
sistema, uscite dalla gabbia, non siate come vogliono loro, ragionate con la
vostra testa, non credete ai media, non hanno fatto altro che mentire e
continueranno a farlo, facendovi credere quello che non è. Loro vi danno due
elementi per farvi agire e pensare come vogliono loro, a voi ne occorrono
almeno tre per agire e pensare come sarebbe giusto. Il terzo elemento ve lo
tengono sempre nascosto, e i primi due (falsi) ve li fabbricano ad hoc. Non
abbiate la coscienza a forma di televisore!
sabato 7 aprile 2018
8 aprile 1964: Malcom X interviene al Militant Labour Forum
L'8 aprile 1964
Malcolm X, storico leader rivoluzionario Afro-americano, tenne un discorso al
meeting del Militant Labour Party, organizzazione formata per lo più da bianchi
e di ispirazione socialista.
Questo dibattito
divenne importante perchè , dopo il discorso di Malcolm, vennero poste dal
pubblico diverse domande che toccavano dei nodi centrali sia sul pensiero
generale di Malcolm X, ma sopprattutto sulla questione della liberazione dei
neri afro-americani e degli africani dal colonialismo bianco.
Il 1964, per
Malcolm, fu un anno cruciale. In quell'anno infatti giunse ad una maggiore
maturità del suo pensiero politico che lo spinse a compiere un viaggio in
Africa che lo cambiò molto, e fu anche l'anno in cui si smarcò in modo
pressochè completo dal settarismo islamico, per costruire un processo
rivoluzionario di liberazione dei neri e per i diritti umani più ampio e
strutturato.
Egli parlò
diverse volte al laubor forum durante questo periodo della sua vita, ed il
giornale ad esso collegato il "Militant",gli diede ampi spazi di
pubblicazione e fu tra i pochi che dopo il suo distacco dalla nazione islamica
continuò ad appoggiarlo apertamente.
Durante il
dibattito gli venne posta una domanda che chiedeva se fosse possibile che i
neri (sia afro-americani che africani) potessero liberarsi senza l'aiuto dei
radicali bianchi, che avevano accumulato nel tempo maggiori esperienze di
lotta. Questa domanda, sicuramente provocatoria, alludeva al recente colpo di
stato contro Lumumba in Congo, e al presidio degli studenti non violenti
(bianchi) sotto la sede dell'ONU a New York, per chiedere l'intervento a difesa
dei neri negli USA.
Egli rispose
spezzando in due la risposta: da una parte si soffermò a parlare della vicenda
Lumumba, e dall'altra sui metodi che i bianchi progressisti e liberali usavano
per solidarizzare con i neri.
Lumumba fu a
capo del movimento di liberazione del Congo e divenne primo ministro verso la
fine dgli anni '50. Venne assassinato in seguito ad un colpo di stato portato
avanti dal colonnello Mobutu nel 1960. Malcolm durante la discussione ribadì
come l'intervento golpista fosse stato foraggiato e sostenuto dagli Stato
Uniti, e che quello che era propagandato come un fallimento
dell'autodetermizazione africana, in realtà non fosse altro che l'ennesimo
intervento imperialista da parte dei bianchi in Africa.
Riguardo alla
seconda parte della domanda sarà molto più esaustivo fornire direttamente una
citazione dalla risposta data dal leader nero:
"Quando si
tratta della libertà dei neri, il bianco fa il freedom rider e il sit-in, è non
violento e canta We Shall Overcome e cose del genere. Ma quando la proprietà
del bianco è minacciata o la libertà del bianco è minacciata, allora il bianco
non è più nonviolento... Perciò, se in questa lotta sono sinceri, i bianchi
mostreranno al nero come impiegare o usare tattiche migliori, tattiche che
diano risultati, e non fra cent'anni. Se questa è la casa della libertà, della
giustizia, dell'uguaglianza per tutti (riferendosi alla sede del labour forum)
se è realmente tutto ciò, allora prendiamoci queste cose. E se tutti noi non
possiamo averle, nesuno le avrà.
mercoledì 4 aprile 2018
5 aprile 1944: i Martiri del Martinetto
"Qui
caddero fucilati dai fascisti i martiri della Resistenza Piemontese. La loro
morte salvò la vita e l'onore d'Italia. 1943-1945".
Queste le parole
riportate sulla lapide posta al centro del Sacrario del Martinetto, piccolo
poligono di tiro nella IV Circoscrizione del Comune di Torino, scelto dai
repubblichini dopo l'8 settembre 1943 come luogo d'esecuzione delle sentenze
capitali.
Qui, nel giro di
venti mesi, vennero fucilati sessantuno partigiani e resistenti piemontesi.
Lunedì, 31 marzo
1944, la Resistenza piemontese subisce un durissimo colpo: nella mattinata,
sulla sagrestia del Duomo, vengono catturati quasi tutti i componenti del
Comitato Regionale Militare Piemontese (Crmp): Franco Balbis, Quinto
Bevilacqua, Giulio Biglieri, Paolo Braccini, Errico Giachino, Eusebio Giambone,
Massimo Montano e Giuseppe Perotti.
Il Crmp era
stato costituito clandestinamente a Torino nell'ottobre del 1943, come organo
del Comitato di Liberazione Nazionale, con il compito di coordinare le azioni
delle bande partigiane già esistenti.
Gli otto vengono
condotti alle Carceri Nuove, e il 2 aprile, in gran fretta, viene dato il via
al processo alla presenza dei massimi vertici fascisti. Già il giorno
successivo, e nonostante le trattative intavolate dal Cln, viene pronunciata la
sentenza: fucilazione.
All'alba di
mercoledì 5 aprile gli otto condannati vengono condotti all'interno del
poligono di tiro, ammanettati: ci sono decine di militi della Guardia
Nazionale, che li legano alle sedie poste all'estremità del poligono, schiena
rivolta al plotone di esecuzione. Passa ancora qualche minuto, il tempo per
Padre Carlo Masera, che ne ricorderà il coraggio, di benedirli, quindi viene
letta la sentenza, ed infine il plotone spara. Una sola voce, quella di Franco,
Quinto, Giulio, Paolo, Errico, Eusebio, Massimo e Giuseppe grida "Viva
l'Italia libera!"
Con queste
parole, Eusebio Giambone si rivolge alla moglie,qualche ora prima di essere
fucilato: "fra poche ore io
certamente non sarò più, ma sta pur certa che sarò calmo e tranquillo di fronte
al plotone di esecuzione come lo sono attualmente, (...)come lo fui alla
lettura della sentenza, perché sapevo già all'inizio di questo simulacro di
processo che la conclusione sarebbe stata la condanna a morte. Sono così
tranquilli coloro che ci hanno condannati? Certamente no! Essi credono con le
nostre condanne di arrestare il corso della storia. Si sbagliano! Nulla
arresterà il trionfo del nostro Ideale,essi pensano forse di arrestare la
schiera di innumerevoli combattenti della Libertà con il terrore? Essi si
sbagliano!"
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