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mercoledì 2 giugno 2021

2 giugno: lo Stato si autocelebra

A pochi passi dalle nostre case si producono e si testano le armi impiegate nelle guerre di ogni dove. Le usano le truppe italiane nelle missioni di “pace” all’estero, le vendono le industrie italiane ai paesi in guerra. Queste armi hanno ucciso milioni di persone, distrutto città e villaggi, avvelenato irrimediabilmente interi territori.

Ogni 2 giugno la Repubblica celebra se stessa con esibizioni militari, parate e commemorazioni.

Lo Stato ha il monopolio legale della violenza. Guerre, stupri, occupazioni di terre, bombardamenti, torture, l’intero campionario degli orrori umani, se compito da uomini e donne in divisa, diventa legittimo, necessario, opportuno, eroico.

Le divise da parata, le bandiere, le medaglie non sono il mero retaggio di un passato più retorico e magniloquente del nostro presente da supermercato, ma la rappresentazione sempre attuale che lo Stato da di se stesso.

La democrazia reale, strumento duttile di ricambio delle élite, non può fare a meno della forza militare e poliziesca, modulandone l’impiego in base ai rapporti di forza che attraversano la società.

La funzione di polizia e quella militare si intrecciano sempre più. Gli interventi bellici oltre confine e sui confini sono considerati operazioni di polizia, mentre è diventato “normale” l’impiego dei militari con funzioni di ordine pubblico: la distanza tra guerra interna e guerra esterna sta scomparendo.

Con la pandemia ai militari sono state attribuite funzioni sin allora appannaggio delle forze dell’ordine: l’osmosi è completa.

Il coprifuoco serale, tipico dispositivo bellico, non serve a nulla contro il virus ma è uno dei tanti dispositivi disciplinari sperimentati grazie allo stato d’emergenza pandemico.

Gli svariati provvedimenti repressivi messi in campo nell’ultimo decennio per dare scacco agli indesiderabili, ai corpi in eccesso, ai sovversivi non sono sufficienti per un governo che ha deciso di mettere sotto controllo militare l’intera popolazione.

I militari sono per le strade dei quartieri dove arrivare a fine mese è sempre più difficile, dove si allungano le file dei senza casa, senza reddito, precari. Servono a prevenire e reprimere ogni insorgenza sociale, a mettere a tacere chiunque si ribelli ad un ordine sociale sempre più feroce.

La chiamano guerra al virus, ma è guerra ai poveri.

Le nostre già esigue libertà politiche sono state ulteriormente compresse. Il governo vieta i cortei, mentre chi lavora o studia è obbligato a prendere autobus sovraffollati, stare compresso in fabbriche e magazzini insalubri, chiudersi in classi pollaio.

Nel 2020 ci sono stati 26,3 miliardi di spese militari, un miliardo e mezzo in più rispetto al 2019. Quest’anno saranno molti di più. Calcolate quanti posti letto, quanti ospedali, quanti tamponi, quanta ricerca si potrebbe finanziare con questi soldi. Avrete la misura della criminalità di questo e di tutti i governi di questi anni.

In un anno di pandemia sono morte di covid oltre 125.000 persone, cui vanno aggiunte le decine di migliaia che hanno perso la vita, perché private di esami, visite, operazioni indispensabili per tenere sotto controllo le gravi patologie di cui erano affette.

Siamo di fronte ad una strage di Stato: la sanità è al collasso, ma aumentano la spesa militare, il sostegno alle grandi imprese, alla lobby del cemento e del tondino, all’industria bellica. 

Il governo costruirà una nuova base militare in Niger, un avamposto per gli interessi dell’ENI in Africa. Ogni sei mesi vengono rifinanziate le missioni militari. Sono oltre 40, tra cui spiccano quelle in Libia, Iraq, Niger, Afganistan, Libano, Balcani e Lettonia, per una cifra complessiva che supera ampiamente il miliardo di euro.

Negli ultimi mesi si sono aperti altri fronti dalla Libia al Sahel sino al Golfo di Guinea ed è cresciuto il numero di militari impiegati, che ha toccato gli 8.613.

Provate ad immaginare quanto migliori sarebbero le nostre vite se i miliardi impiegati per ricacciare uomini, donne e bambini nei lager libici, per garantire gli interessi dell’ENI in Africa, per investire in armamenti, militari nelle strade fossero usati per scuola, sanità, trasporti.

Provate ad immaginare di farla finita, sin da ora, con stato, padroni, militari, polizia.

Ci raccontano la favola che una società complessa è ingovernabile dal basso mentre ci annegano nel caos della gestione centralizzata e burocratica delle scuole, degli ospedali, dei trasporti.

Costruiamo assemblee territoriali, spazi, scuole, trasporti, ambulatori autogestiti.

Cacciamo i militari dalle strade, blocchiamo la produzione ed il trasporto di armi, facciamola finita con tutti gli eserciti.