..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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domenica 6 agosto 2017

La libertà per l’anarchico

"Un sistema sociale definito e in sé concluso, quanto piuttosto una ben determinata tendenza nello sviluppo storico dell'umanità che, in contrasto con la tutela intellettuale imposta da tutte le istituzioni clericali e governative, lotta per il libero e incondizionato dispiegamento delle forze individuali e sociali della vita. La libertà stessa è soltanto un concetto relativo, e non assoluto, poiché tende costantemente ad espandersi e a coinvolgere sfere sempre più ampie in una crescente varietà di modi. Per l'anarchico, la libertà non è un astratto concetto filosofico, ma la concreta possibilità vitale per ogni essere umano di sviluppare appieno tutte le potenzialità, le facoltà, le doti che la natura gli ha donato, volgendole a vantaggio della società. Minore è il peso della tutela ecclesiastica e politica in questo naturale sviluppo, e tanto più ricca e armonica diverrà la personalità umana, tanto più decisamente essa diverrà la misura della cultura intellettuale della società in cui è cresciuta". (Rudolf Rocker)


"Io sono un amante fanatico della libertà, considerandola l'unico mezzo in seno al quale possono svilupparsi e crescere l'intelligenza, la dignità e la felicità degli uomini; non di questa libertà tutta formale, concessa, misurata e sottoposta a regolamento dallo stato, menzogna eterna e che in realtà non rappresenta mai nient'altro all’infuori del privilegio di alcuni fondato sulla schiavitù di tutti; non di questa libertà individualista, egoista, meschina e fittizia, vantata dalla scuola di .-J. Rousseau, come da tutte le altre scuole del liberalismo borghese, e che considera quello che essa dice diritto di tutti, rappresentato dallo stato, come il limite del diritto di ognuno, ciò che tende necessariamente e sempre alla riduzione a zero del diritto di ognuno. No, io intendo la sola libertà che sia veramente degna di tale nome, la libertà che consiste nel pieno sviluppo delle potenze materiali, intellettuali e morali le quali si trovano allo stato di facoltà latenti in ognuno; la libertà che non riconosce altre restrizioni all'infuori di quelle che sono tracciate dalle leggi della nostra stessa natura: in guisa che, propriamente parlando, non vi siano restrizioni, poiché tali leggi non ci sono imposte da qualche legislatore dal di fuori che si trovi sia accanto, sia al di sopra di noi; esse ci sono immanenti, inerenti e costituiscono la base stessa di tutto il nostro essere, tanto materiale che intellettuale e morale; invece dunque di trovare in esse un limite, noi dobbiamo considerarle come le condizioni reali e come la ragione effettiva della nostra libertà". (Michail Bakunin)

giovedì 3 agosto 2017

Infrangere la complicità servile

"Vorrei solo riuscire a comprendere come mai tanti uomini, tanti villaggi e città, tante nazioni a volte, sopportano un tiranno che non ha alcuna forza se non quella che gli viene data, non ha potere di nuocere se non in quanto viene tollerato. Da dove ha potuto prendere tanti occhi per spiarvi se non glieli avere prestati voi? Come può avere tante mani per prendere se non è da voi che le ha ricevute? Siate dunque decisi a non servire più e sarete liberi".
Etienne. De La Boétie: "Discorso sulla servitù volontaria", 1576.

Sono trascorsi diversi secoli dalla pubblicazione di quest'opera ma la sua attualità rimane sorprendente. La maggioranza dell'umanità continua a tollerare la propria oppressione da parte di un pugno di uomini che si ergono padroni del pianeta. Com'è possibile questa situazione? Eppure il rapporto numerico tra oppressi e oppressori e decisamente a favore dei primi che potrebbero sbaragliare i secondi smettendo semplicemente di obbedire.
La semplicità di questa considerazione suscita pero una serie di risposte sufficienti a compilare decine di trattati. Non è certamente questa la mia intenzione che desidero soltanto proporre delle riflessioni.
L'attuale momento storico sembrerebbe propizio per un cambiamento radicale della società e in generale dell’esistente. Crisi profonda del post capitalismo con relativi dissesti e speculazioni finanziarie, indebitamenti degli stati, voragini dei bilanci delle amministrazioni pubbliche (regioni e comuni), evidente inaffidabilità della classe politica e istituzionale (occupata generalmente in gigantesche operazioni truffaldine), aumento della disoccupazione e della povertà etc... L'elenco è lungo e inquietante; a questo si deve aggiungere il veloce esaurimento delle risorse naturali a fronte di un aumento demografico vertiginoso.
Dinnanzi al peggioramento complessivo delle condizioni di vita di miliardi di individui le rivolte sociali in aria non sono sufficienti a trasformare l'esistente. Questo accade perché chi decide di rompere le catene costituisce numericamente una minoranza e poi perché la sua lotta ha spesso un carattere riformista. Nel migliore dei casi viene sostituito un governo con un altro dopodiché ritorna la pace sociale; il potere statale ed economico rimane illeso.
Questo fenomeno fa pensare che i più considerano il dominio una realtà necessaria, legittimata dalla sua plurimillenaria esistenza. È innegabile che nel corso dei millenni l'umanità abbia subito un profondo condizionamento culturale dei poteri (imperiali, monarchici, statali. economici, religiosi, tecnologici ...) e liberarsi da questo fardello non è un'operazione semplice e immediata. La libertà di pensiero e d'azione suscita in molte persone il timore (e spesso l'angoscia) delle proprie responsabilità esistenziali. Meglio forse rimanere vincolati saldamente ad un sistema gerarchico e autoritario dove l'abitudine alla delega ci deresponsabilizza così possiamo continuare a vivere tranquilli nella nostra nicchia sperando in un potere comprensivo e in un dio generoso pronto a proteggerci dalle sofferenze (e che salvi la nostra anima dopo la morte). E poi possiamo esercitare il nostro potere sugli altri individui e ricavare forse qualche briciola in più da quelle elargite dai nostri padroni. Alla fine c'è posto per tutti nella grande piramide del dominio, basta accettare (e subire) le sue leggi, eseguire i suoi ordini, seguire i suoi "consigli".Farsi educare docilmente dalla famiglia e dalla scuola oppure dal carcere se usciamo dalla retta via.
Abbiamo anche la possibilità di esprimere con il voto la nostra preferenza nei confronti dei nostri prossimi sfrutta:ori. Come chiamare coloro che si .accomodano sui gradini di questo edificio mostruoso se non con il nome di complici? Al pari del dominio la complicità servile è nemica della libertà, dell'anarchia. In quale maniera possiamo combatterla e demolirla?
Innanzitutto seminando nel nostro cammino quotidiano il pensiero e l'azione antiautoritaria, costruire molteplici esperienze autogestionarie individuali e collettive, educare alla libertà, all'azione diretta e al rispetto profondo per il vivente, lottare per liberarlo dall’ingerenza della civiltà tecnologica. Espandere la nostra attività ribelle e refrattaria nella grigia società omologata, essere una torcia nella notte della rassegnazione, una deflagrazione creativa nel silenzio del nulla.
Nella grande piramide (tecnocratica) si stanno aprendo numerose crepe. Che la nostra azione liberatrice la sgretoli del tutto!

martedì 1 agosto 2017

L'errante inafferrabile

Passare, cogliendo l'impressione, gustando nuove sensazioni e nuovi sapori; e poi rimettersi di nuovo in marcia, sempre! Magari verso qualche terra irraggiungibile. Nomade, pellegrino, vagabondo, in esplorazione, alla conquista; insoddisfatta come don Giovanni con un amore più importante: la veste che si vuole lacerare è una vela all'orizzonte.”
Zo D'Axa “Da Mazas a Gerusalemme”

Una caratteristica dell'individuo refrattario è la propensione al viaggio, al movimento continuo, alla camminata solitaria; un piacere inesauribile che lo spinge a valicare sempre nuovi confini. L'individuo errante non si accontenta di raggiungere territori inesplorati, vuole oltrepassare perennemente l'orizzonte, conoscere il vivente e assaporarne la più intima essenza. Vagabondo del pensiero, percorre i vasti spazi della conoscenza, della fantasia e del sogno; nomade instancabile, affronta l'esistente frantumando le barriere che il dominio erige per limitare la sua libertà e per opprimerlo. L'io errante demolisce anche quelle mura che la società autoritaria si è costruita per difendersi dalle proprie paure, dalle ossessioni dell'ignoto e soprattutto della libertà. Miliardi di persone si rifugiano nella rassegnazione, nell'abitudine servile, nell'accettazione inconfutabile del potere. Le catene dello sfruttamento vengono ritenute indispensabili strumenti della sopravvivenza. La cultura della schiavitù viene trasmessa geneticamente ai figli e alle future generazioni. Secondo la mentalità gerarchica dell'umanità il vivente non può fare a meno della gigantesca gabbia in cui e rinchiuso. L'errante irrefrenabile non tollera l'esistenza di questa e lotta strenuamente per distruggerla e liberare se stesso e quegli individui che vogliono percorrere gli spazi aperti, manifestare le proprie potenzialità. L'errante è un indesiderato, un bandito (nel senso etimologico del termine), un sovversivo perché il suo pensiero e la sua azione suscitano l'indomabile fiamma della rivolta; fin dalla nascita egli ricalcitra contro le convenzioni della famiglia e dell'ambiente sociale, disprezza la scuola, la religione, le mode, il sistema economico e il denaro, così anche tutte le leggi e i luoghi della costrizione. Il nomade rifugge il lavoro salariato, preferisce rinunciare a tutti i falsi beni di consumo piuttosto che piegare miseramente la schiena sotto un padrone, ignora i miti e i modelli che la società costruisce per alleviare la sofferenza della propria prigionia. Uno di questi, la tecnologia, la considera un organismo artificiale che pretende di sostituirsi al vivente e al contempo lo distrugge.
L'individuo errante preferisce relazionarsi con l`altro in maniera diretta. autentica, rifiutando la mediazione tecnica e la comunicazione virtuale. L'indomito vagabondo non si adegua alla civiltà, la sente profondamente estranea; il suo costante e inesausto peregrinare gli evita di cadere nella sua rete mortale _ L'errante sfugge ad ogni definizione, è inclassificabile agli schemi e alle catalogazioni che il potere (e in generale gli uomini) utilizzano per studiare e sfruttare il pianeta, è imprevedibile. L`io nomade nella propria mobilità esistenziale vive il presente intensamente, non pensa al passato e non si cura del futuro, si autocrea nell'attimo, gode l’immediato; egli non ha una patria e non desidera vivere a lungo in una città o in un altro luogo. La mani voraci del dominio che cercano di ghermirlo, di arrestarlo e di sottometterlo alla fine rimarranno vuote. L'errante è inafferrabile.

lunedì 31 luglio 2017

Gli Arditi del Popolo

Questo movimento, sorto nel 1920 per iniziativa di elementi eterogenei, si sviluppò rapidamente assumendo caratteristiche marcatamente antifasciste ed antiborghesi, e fu caratterizzato da un marcato decentramento autonomo delle organizzazioni locali. Gli Arditi del Popolo assunsero quindi colorazioni politiche talvolta differenti da un posto all’altro, ma sempre li accomunò la coscienza della necessità di organizzare il popolo per resistere violentemente alla violenza delle camicie nere. Gli anarchici aderirono entusiasticamente alle formazioni degli Arditi e spesso ne furono i promotori individualmente o collettivamente; per citarne qualcuno basti pensare che in maggioranza anarchici furono i difensori di Sarzana e che a Parma, fra le famose barricate erette per resistere agli assalti delle squadracce di Balbo e Farinacci, ve n’era una tenuta dagli anarchici.
Completamente diverso fu l’atteggiamento sia dei socialisti sia dei comunisti (questi ultimi costituitisi in partito nel gennaio 1921). Nonostante la vasta e spontanea adesione di molti loro militanti agli Arditi del Popolo, entrambe le burocrazie partitiche presero le distanze e cercarono di sabotare lo sviluppo di quel movimento. Gli organi centrali del neonato P.C. d’Italia, giunsero al punto di imporre ai propri iscritti di evitare qualsiasi contatto con gli Arditi, contro i quali fi imbastita anche una campagna di stampa a base di falsità e di calunnie. Intervistato circa due anni fa alla televisione il comunista Umberto Terracini ha cercato ancora di giustificare quella scelta politica. E ancora oggi, come allora i nostri compagni, vediamo proprio in quella scelta un esempio tipico della volontà comunista di subordinare la lotta antifascista alla coincidenza con le proprie mire di egemonia sul movimento operaio. È evidente che questa critica alla politica dei vertici dei partiti di sinistra di fronte alle violenze fasciste non coinvolge i militanti di base, che – anche su posizioni molto differenti  - dettero il loro contributo di lotta e di sangue alla lotta contro il fascismo.
Il disfattismo social-riformista ed il settarismo comunista resero impossibile una opposizione armata generalizzata e perciò efficace al fascismo ed i singoli episodi di resistenza popolare non poterono unificarsi in una strategia vincente.

sabato 29 luglio 2017

Autopsia di un anarchico

L’analisi delle escoriazioni cutanee e delle lacerazioni dell’epidermide intorno al collo rivela che le fibre del lenzuolo che serravano la gola del Massari erano formate da un tessuto composto di cieca meschinità umana. L’azione dello strangolamento risultava applicata con tutto il potere che una società gerarchica interessata solo al profitto e alla sua autoriproduzione conformizzata può esercitare su di un singolo individuo non conformato, reso inerme e rinchiuso in una gabbia.
L’analisi del sangue e dei liquidi intestinali mostra che il Massari aveva assunto la sua ultima razione di soprusi e di ingiustizie carcerarie quotidiane poche ore prima del decesso. Il tessuto molle intestinale seppur minato da anni di sottomissione forzata e di false prove costruite a suo carico mostra ad un’analisi non superficiale uno spirito indomito, libero dai dogmi e dalle paure impostegli da un sistema intollerante e corrotto.
Il cuore del Massari ha cessato di battere nel momento in cui gli obiettivi dei mass media distorcevano definitivamente il contenuto di mafia, tangenti e massoneria di cui è formato l’affare del Treno ad Alta Velocità.
Il liquido seminale eiaculato in seguito all’asfissia da strangolamento e di cui gli indumenti intimi, i pantaloni e la maglia del Massari sono stati macchiati, conteneva nel DNA i codici genetici della rivolta aperta contro ogni sistema di sfruttamento.
Gli spermatozoi schizzati fuori meccanicamente rabbiosamente in un ultimo slancio di vita portavano in sé i semi ancora inespressi della libertà malgrado tutto destinata ad infrangersi contro lo spettacolo delle vetrine scintillanti che nascondono la miseria di un mondo in rovina…

I ribelli di capitan Nemo

(Volantino distribuito durante la manifestazione nazionale per la morte di Edoardo Massari a Torino il 04/04/1998)

giovedì 27 luglio 2017

Le radici e il muro

“Giacché, la rivolta proclamata dall'anarchismo contro tutto ciò ch'è convenzionale ipocrisia ed artificiosa menzogna, in origine non è che l 'istintiva reazione della natura contro tutto ciò che tende ad insidiare il suo libero e completo svolgimento. Ed è solo dal grido disperato della Natura vilipesa, oltraggiata, calunniata e mortificata, che l'anarchismo è sorto.
Egli è sorto precisamente là dove è sorto il primo dolore umano ed il desiderio primo di umana gioia!”
Renzo Novatore
Fin dalle sue origini il dominio circoscrive la terra e il vivente sottoposti al suo sfruttamento con recinti e mura che con il tempo sono diventati ampie muraglie e fortilizi.
Poi le ossessioni del comando e del controllo hanno aumentato questa mania divisoria frazionando gli spazi espropriati, circondando i popoli e gli individui con mattoni e fili spinati. Adesso il linea é spesso invisibile perché formato dalla onnipresente tecnologia che scruta parossisticamente la nostra esistenza.
A questo si unisce la vasta e ottusa “cultura” del consenso alimentata incessantemente dai pregiudizi e dai luoghi comuni. Mentalità autoritaria che erige con ritmo industriale prigioni dalle pareti invalicabili.
In questo contesto l'individuo viene sovente frantumato in tante alterità che lo trasformano in un malleabile burattino nelle mani del potere. Al di sopra di tutti (e di tutto) si staglia maestosa la fortezza aurea dove risiedono i grandi criminali del pianeta che danzano sorridenti sui corpi insanguinati delle loro innumerevoli vittime.
Nelle stanze sfarzose del Castello questi predoni e assassini, sovrani degli stati e del capitale, si illudono di vivere un'eterna infallibilità impertinente e cialtrona. Narcotizzati da questa aura autoreferenziale ignorano il respiro del vivente.
Non sentono la voce della terra che opprimono con ogni mezzo. Non vedono le infinite radici nel suolo, robuste fondamenta di piante che si protendono verso il cielo in uno slancio vitale esplosivo.
l signori del pianeta irridono l'energia indomita del seme che a nei luoghi più volte nasce impervi.
Un seme che si trasforma nel fiore solitario dalle sottili radici capaci infine di demolire le robuste mura del dominio.



martedì 25 luglio 2017

Trasformare il mondo

La rivoluzione cessa dall’istante in cui bisogna sacrificarsi per essa. Perdersi e feticizzarla. I momenti rivoluzionari sono le feste in cui la vita individuale celebra la sua unione con la società rigenerata. L’appello al sacrificio vi suona come una campana a morto.
Quando l’insorto comincia a credere di lottare per un bene superiore, il principio autoritario cessa di vacillare. L’umanità non ha mai mancato di ragioni per far rinunciare all’umano. A tal punto che esiste in alcuni un vero riflesso di sottomissione, una paura irragionevole della libertà, un masochismo onnipresente nella vita quotidiana. Con quale amara felicità si abbandona un desiderio, una passione, la parte essenziale di sé. Con quale passività, con quale inerzia si accetta di vivere per qualche cosa, di agire per qualche cosa, dove la parola cosa prevale con il suo peso morto dappertutto. Poiché non è facile essere sé, si abdica allegramente; al primo pretesto che capita, l’amore dei figli, della letteratura, dei carciofi. Il desiderio del rimedio si eclissa dietro la generalità astratta del male.
Trasformare il mondo e reinventare la vita è la parola d’ordine effettiva dei movimenti insurrezionali. La rivendicazione che nessun teorico crea perché è appunto essa a fondare la creazione poetica. La rivoluzione si fa tutti i giorni contro i rivoluzionari specializzati, una rivoluzione senza nome, come tutto ciò che emana dal vissuto, preparando, nella clandestinità quotidiana dei gesti e dei sogni, la sua coerenza esplosivaIl rifiuto del sacrificio è il rifiuto della contropartita. Non ce niente nell’universo delle cose monetabili o no che possa servire da equivalente all’essere umano. L’individuo è irriducibile; egli cambia, ma non si scambia. Un semplice colpo d’occhio sui movimenti di riforma sociale basta a convincerne: essi infatti non hanno mai rivendicato se non un risanamento dello scambio e del sacrificio, mettendo il loro punto d’onore a umanizzare l’inumano e a renderlo seducente. Ogni volta che lo schiavo rende sopportabile la sua schiavitù, egli vola in soccorso del suo padrone. Più i rapporti sordidi della reificazione incatenano gli uomini, più si inasprisce la tentazione umanitaria di mutilare egualitariamente.

sabato 22 luglio 2017

Né sudditi né cittadini

Le città al pari delle foreste, hanno antri in cui si nasconde tutto ciò che esse hanno di più cattivo e di più terribile. Solo che, nella città, ciò che si nasconde così è feroce, immondo e misero, cioè brutto; nelle foreste, ciò che si nasconde è feroce, selvaggio e grande, cioè bello.
(Victor Hugo)

La città e i loro presidi amministrativi, sono diventati i punti di snodo del potere più vicini alle comunità dove si promuovono esempi di democrazia partecipata, di auto-organizzazione dal basso dei cittadini; formule di convivenza civile spesso promosse dalle istituzioni stesse, talvolta tollerate o ricondotte nei giusti canali. Per saldare il legame fra cittadini e governanti si fa leva sulla partecipazione intesa come strumento per ottenere consenso. Tale strategia si concretizza a posteriori in dictat istituzionali spacciati come decisioni collettive. Ci si è resi conto, insomma, che se gli abitanti di una città o di un paese hanno l`impressione di essere parte attiva nella gestione della porzione di territorio in cui vivono, questi diventeranno molto più facilmente amici delle istituzioni e pronti a difendere il sistema e i valori che esse propugnano. Nelle città si realizza, quindi, un laboratorio giornaliero per indurre all'accettazione graduale del dominio, fino ad arrivare all'autoregolamentazione della propria sudditanza. Così come si vuole che ogni persona, segregata in un qualsiasi luogo della macchina concentrazionaria capitalista, partecipi alla gestione della propria carcerazione, si vuole che bravi cittadini partecipino alla propria sottomissione, collaborino alla propria schedatura, agevolino sperimentazioni di auto-governo, o forse sarebbe più corretto dire di auto-limitazione, introitando e perpetuando “dal basso” veri e propri dispositivi di collaborazione istituzionale. La città è insomma il luogo della pacificazione produttiva, dell’efficienza tecnologica asservita al controllo, del cittadino prevedibile, abitudinario, che protesta, però, con l”intento di contribuire al bene comune; è il campo di concentramento dove tenere buoni i "soliti contestatori", chiedendo loro un aiuto nel co-gestire la prigione. Di tale partecipazione, che è in sé accettazione di una data idea, quella di uno sviluppo teso alla spettacolarizzazione e al controllo, ne facciamo volentieri a meno. Nella ragione politica, come nella fede religiosa, predomina l'idea che l’uguaglianza sia data dall'identità, dalla comune adesione ad una visione del mondo. Mai viene considerata la possibilità opposta, ovvero che l'armonia generale dell’umanità possa nascere dalla divisione degli individui spinta all’infinito. E proprio nelle città, infatti, si ricompone quel realismo politico che consolida e fortifica, qui e ora, regimi democratici andati a male e forze antagoniste riciclatesi nella collaborazione istituzionale. Sia nelle prigioni che nelle città, però, non tutte le volontà sono state piegate, alcune continuano quotidianamente a svelare un nemico, sempre più vicino e a portata di mano, e si rifiuteranno ancora di sostituire al proprio sguardo l'occhio del suddito, del cittadino o del poliziotto.

venerdì 21 luglio 2017

Il cemento armato

Le opere umane rispecchiano in larga misura, la cultura del tempo in cui sono realizzate.
Oggi ciò è oltremodo lampante pur limitandosi ad osservare, nello specifico, l'architettura e l'edilizia che ci circonda. che ci si ritrovi in pianura, in zone collinari o all'imbocco stesso di valli montane si è destinati ad imbattersi, sempre più spesso, in aree industriali-commerciali indistinguibili tanto si somigliano le une con le altre. Campagne, frutteti e pascoli vengono quotidianamente sostituiti da capannoni grigiastri prefabbricati che prendono forma nel giro di pochi giorni. Nel momento in cui l'area interessata viene circondata dall'onnipresente nastro arancione di plastica, le ruspe iniziano a circolare e cemento ferro e acciaio in poco tempo colonizzano un nuovo lembo di terra rendendolo improduttivo per i decenni a venire.
In tal modo, mentre le fabbriche delle metropoli, ormai dismesse ed inutilizzate da anni, si trasformano in club alla moda, il territorio extraurbano si popola di lugubri parallelepipedi in cemento armato in cui per lo più non si produce nulla: si espone, si sostituisce e si commercializza. Al tempo stesso, le periferie di piccole e medie città, nonché di molti paesi, vengono inesorabilmente incatenate da condomini ed infrastrutture costruiti con gli stessi tempi e la stessa logica delle aree commerciali. Verosimilmente, vista la qualità dei materiali e della tecnica costruttiva, subiscono anche la medesima sorte, diventando fatiscenti nel giro di pochi anni.
Coloro che non sono completamente assuefatti dalle nocività delle metropoli sapranno cogliere un ulteriore denominatore comune nell'urbanistica e nell'architettura del nostro tempo. una sensazione sempre più diffusa e soffocante di invivibilità legata alla natura degli edifici e alla loro disposizione. Tra pochi anni, probabilmente, faremo fatica a distinguere un quartiere residenziale da una zona industriale. Annullato ogni possibile spazio destinato alla socialità, queste nuove aree sono concepite per vendere, consumare e spostarsi nelle poche direzioni obbligate, insomma sconfinati quartieri dormitorio.

martedì 18 luglio 2017

L' ANARCHIA nel significato proprio e nel volgare

Permettete che io chiarisca con due parole non il significato volgare ma quello intimo, vero e proprio della parola Anarchia che é stata in questi giorni, insieme cogli anarchici del nostro quieto Vermont oggetto di tanti e cosi disparati giudizii, di tante discussioni non tutte serene.
Dai giornali idrofobi del capitalismo conservatore fino ai saccentelli presuntuosi della sociologia spicciola tutti hanno voluto dire la loro ed hanno sformato, hanno in cosi malo modo travisato il senso limpido della parola che io ritengo opportuno e necessario ricercarne pel lettori del Telegrani il significato, il concetto sincero affinché essi possano giudicare con spassionata imparzialità.
Anarchia é parola greca che suona non governo, abolizione dell'autorità dell'uomo sull'uomo, l'ordine fondato sulla completa libertà dell'individuo, lo stato del popolo che si governa da se stesso senza alcuna autorità.
I nemici dei lavoro e della giustizia, i parassiti la cui sapienza politica non ha che una meta: vivere senza lavorare hanno coniato e spendono dell'anarchia una definizione tutta loro propria: essa é confusione, disordine, caos!
Questa definizione sapientemente diffusa è divenuta ormai l'opinione di tutti i volghi a cui i nemici del lavoro presentano gli anarchici come delinquenti orribili, violenti, morbosi, degni della prigione e della corda.
Chi sono i violenti?
Lasciatemi cercare: Noi, gli anarchici, vogliamo abolizione dell'autorità perché l'autorità è violenza; noi vogliamo l'abolizione della proprietà privata perchè la proprietà privata é furto, la proprietà privata è violenza, e senz'alcun dubbio, il fattore più fecondo della criminalità. Noi crediamo nell'internazionalismo perché esso abolirà la guerra che è violenza. Noi aspiriamo all'abolizione delle classi perché nella differenza delle classi é l’ingiustizia che genera la violenza. In breve noi vogliamo creare una sola patria, il mondo; una sola famiglia, l'Umanità.
Non siamo dunque noi i violenti.
Chi sono dunque coloro che come violenti ci denunziano alla esecrazione del volgo?
Gli orditori subdoli della guerra, i delinquenti che. per la conquista d'un mercato su cui smaltire i rodotti strappati al dolore proletario dichiarano la guerra ad un'altra nazione inviando migliaia di vittime al macello, alla morte.
Sono costoro che chiaman noi i criminali ed i violenti!
Troppo tardi oramai. Il popolo che lavora sta rompendo il letargo in cui l'ha per tanti secoli prostrato il cloroformio dell'autorità; l'anarchia non è più lo spauracchio dei bambini. I capitalisti possono opporre all'ascensione delle masse la loro violenza brutale, ma invano: quel progresso non si arresterà; sulle volgari sofisticazioni trionfa e risplende l'alta e nobile aspirazione dell'anarchia.
Per questo mi tornò strana l'affermazione del mio ottimo amico Alex Robertson nel Telegram di sabato
scorso, in cui egli nega ogni simpatia all'anarchismo sapendo che le attuali condizioni economiche sono il prodotto logico dell'anarchia dell'industria.
Robertson pur non essendo una mente volgare alla parola anarchia dà il significato consueto del convenzionalismo volgare. Se anarchia volesse significare: ciascuno, perse ed al più forte il diritto, lo stato attuale dell'industria potrebbe dirsi anarchico e le antipatie di Robertson sarebbero giustificate.
Il male è che il significato d'anarchia è proprio l'antitesi assoluta di quanto racchiude l'interpretazione volgare della parola; nessuno meglio degli anarchici sa che la società presente è il connubio della frode e del delitto in forza di cui il capitale è despota, il lavoratore, schiavo.
Io penso che la liberazione dell'umanità dalla sua presente schiavitù non possa inaugurarsi che coll'abolizione di ogni autorità dell'uomo sul l'uomo, coll'abolizione della proprietà individuale e nella fede che la pace, l'amore, la fratellanza arridano all'umana famiglia sono anarchico comunista.
Angel Trueba.
Barre Vt , 5 Settembre 1903
(da Cronaca Sovversiva anno 1 n° 16 – sabato 19 settembre 1903 – Barre, Vermont)